Censimento di Jesse Ball

NZO

Censimento di Jesse Ball (NN Editore, 2018) è un libro particolarissimo, e difficile da inquadrare come del resto lo stesso autore, costantemente sospeso nella sua produzione tra poesia e prosa. Il senso di spiazzamento comincia fin dalla premessa in cui Jesse Ball spiega come avesse intenzione di scrivere un libro su suo fratello, afflitto dalla sindrome di Down e morto ormai da diversi anni, nel 1998. Ball spiega di aver compreso, nel rapporto con il fratello Abram, di come le persone con tale malattia non venissero veramente capite, nella loro essenza più profonda, e di voler in qualche modo restituire quest’ultima. Eppure non ne fa il centro della storia che va a raccontare, come dice lui stesso “gli scrive attorno”, senza mai farlo intervenire direttamente: cosa difficile se è lui il centro nevralgico del romanzo.

L’artificio di Ball per ottenere ciò è quello di raccontare un viaggio on the road nell’America del Nord di padre e figlio down (ovviamente viene subito in mente la Strada di McCarthy): il padre è vedovo e ha appena scoperto di avere una malattia incurabile, che lo farà morire di lì a breve. Nonostante un passato da medico, decide di “arruolarsi” nell’ufficio del censimento e avere così la scusa per un lungo, ultimo, viaggio in auto insieme al figlio verso nord, attraverso una lunga successione di città, tutte indicate con lettere dell’alfabeto, da A a Z: nell’ultima città il figlio prenderà poi un treno per tornare indietro, da solo, alla sua nuova vita che è stata già predisposta.

Il romanzo quindi è svolto in prima persona, ed è costantemente sospeso tra il racconto del viaggio e una collezione di pensieri che l’uomo ha facendolo: gran parte delle riflessioni e rimembranze sono dedicate alla moglie, morta in un tempo imprecisato addietro, e che era una particolarissima figura di clown, una sorta di performer che doveva riprodurre il comportamento umano nei suoi spettacoli. La donna aleggia costantemente, per via di quello che ha insegnato al figlio su come approcciarsi al mondo e alla sensibilità esperienziale umana. E quest’ultimo punto è forse l’altro nodo focale del romanzo: padre e figlio viaggiano anche per scoprire e ricostruire una nuova realtà, attraverso l’incontro con nuove persone, ognuna delle quali porta un tassello diverso a questo censimento. Il quale si rivela essere, anche nel suo tatuare le persone incontrate per evitare vengano censite nuovamente e la loro disponibilità o meno sia all’incontro che al marchio, un tentativo di scoprire le diverse sfaccettature e le diverse sensibilità con cui si può approcciare la realtà, sorta di puzzle da smontare e ricostruire. E tale enigma si risolve anche attraverso una diversa angolazione di visuale, come viene suggerito spesso nel romanzo: per trovare la soluzione a volte basta spostare o invertire la prospettiva.

Non è un caso neanche che la malattia del padre sia di cuore, quasi ad alludere a un senso ultimo della sensibilità, che tradizionalmente viene associata a quell’organo.

Pure lo stile di scrittura è molto particolare, come sottolinea lo stesso traduttore in appendice: dalla punteggiatura, agli anacoluti, alle “frasi aleggianti interrotte da un trattino”: funziona molto bene perché, nella sua resa dei pensieri e delle visioni del vecchio medico, riesce a creare un effetto di straniante coinvolgimento al punto tale – conseguenza voluta solo di chi possiede la grande scrittura – di pensare fra sé e sé, i successivi dieci minuti da quando hai deposto il libro, nella stessa forma in cui leggevi.

In finale, forse un capolavoro, di sicuro un libro che rimarrà.

Traduzione di Guido Calza

Jesse Ball, nato a New York, è autore di poesie e romanzi, tra cui Quando iniziò il silenzio(Baldini 2015). Ha ricevuto nel 2008 il Plimpton Prize della Paris Review, ed è stato finalista al National Book Award nel 2015. Le sue poesie sono state pubblicate sulla Best American Poetry e, nel 2017, Granta lo ha inserito tra i migliori scrittori americani viventi.

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