L’ospite d’onore di Joy Williams

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Questo libro ha avuto una gestazione/ molto molto lunga: iniziato nel dicembre 2017, è stato concluso nei primi giorni dell’anno 2019. Questa lettura lenta non ha avuto causa tanto nel numero delle pagine del volume – che, pure, è molto generoso in questo senso potendo contarne quasi 700 – quanto nel volermi gustare un pezzo alla volta, lentamente e per sentirne tutto il sapore in bocca, tutti i quarantasette racconti che vi sono stati raccolti.

Lo strillo del libro riporta i pareri entusiasti, come è stato già notato altrove (il buon Gianluigi Bodi di Senzaudio) di Bret Easton Ellis, Don DeLillo e soprattutto il gigante americano dei racconti, Raymond Carver. Ed è in effetti a lui che, per certi versi, la Williams può essere accostata: nei suoi racconti, che sono schegge e frammenti di vita vissuta, quando non sofferta, si accosta usando l’umana pietas. Le interessa raccontare la solitudine, l’incomprensione, la paura e il tormento emotivo che, prima o poi, attraversano tutti noi quando siamo di fronte o dentro situazioni difficili, quasi al di sopra delle nostre forze. Come Carver, i personaggi della Williams sono umani derelitti, alcolizzati o con una qualche forma di dipendenza e di sviamento rispetto alla realtà che li circonda, quasi fuori dal mondo.

Ma mentre Carver si ferma un attimo prima, lascia la situazione sospesa nel suo dire/non dire, la Williams non ci regala la consolazione di un finale o non pretende di spiegarci quello che ci sta raccontando, bensì immette l’elemento di sorpresa, la stranezza, l’inspiegabile che ci confonde e allo stesso tempo ci fa pensare che forse tutti noi possiamo essere salvati, in qualche modo. E di qualunque personaggio si tratti – il vecchio pastore, la famiglia in vacanza e così via – l’autrice riesce a darcene dei ritratti perfetti e immediatamente percepibili.

Perchè infatti l’altro motivo ancora per cui leggevo lentamente era il mio rimanere a bocca aperta ogni volta che finivo un racconto, per la bellezza della sua scrittura: essenziale, immediata e capace con poche schegge di dare forma – nella mente di chi legge – a un vero e proprio palcoscenico teatrale dove si muovono i personaggi che il lettore conoscerà bene, bastandogli quei minimi imput che gli vengono dati. Solo i grandissimi scrittori ci riescono, e Joy Williams senza dubbio lo è.

Traduzione di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti, coloro che di fatto sono la casa editrice Black Coffee

Joy Williams è nata a Chelmsford, Massachusetts. È autrice di quattro romanzi (tra cui I vivi e i morti, edito da Nutrimenti e finalista al premio Pulitzer nel 2001), quattro raccolte di racconti, una raccolta di saggi e una guida turistica non convenzionale delle Florida Keys. I suoi racconti, per la prima volta riuniti in questa antologia, le sono valsi numerosi premi, tra cui lo Strauss Living Award e il Rea Award. Il suo primo romanzo, State of Grace, è stato nominato per il National Book Award e la raccolta di racconti Taking Care le ha portato gli onori della critica e il rispetto del pubblico. Nel dicembre del 2017 le è stato conferito dal Paris Review il prestigioso premio Hadada alla carriera. Joy Williams vive tra Tucson, Arizona, e Laramie, Wyoming.

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